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Andrea Iurato
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Sentenza 15 gennaio 2020, n. 1434. Corte di Cassazione Penale, sez. III

Il Tribunale di Messina con sentenza del 4 febbraio 2019 aveva condannato alla pena dell’ammenda, per il reato di cui all’art. 5, comma 1, lettera C, della legge 238 del 1962, il legale rappresentante di una azienda specializzata nel commercio all’ingrosso di frutti di mare, per aver detenuto per la vendita un quantitativo di cozze che, sottoposte a controlli sulla contaminazione microbiologica, sono risultate affette da una carica di escherichia coli pari a 3500/MPN/100g, superiore al limite di legge.

L’imputato ha proposto ricorso in Cassazione per violazione di legge (art. 1 legge 283/1962, 191 cod. proc. pen. e 223 disp. att. cod. proc. pen.), poiché non aveva ricevuto alcuna comunicazione del risultato delle analisi, che gli avrebbe permesso di procedere con la richiesta di revisione di cui all’art 4, d.lgs 123 del 1993, ed eventualmente di ottenere un risultato a lui più favorevole. La Corte di Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso in quanto gli alimenti sottoposti ad analisi erano deteriorabili, ed in quanto tali non era dovuta alcuna comunicazione dell’esito delle analisi, ma soltanto l’avvio dell’inizio delle operazioni per l’assistenza alle stesse (vedi Corte Costituzionale 26 settembre – 10 ottobre 1990 n. 434, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 2, legge 283/1962, nella parte in cui non prevede, per i casi di analisi su campioni prelevati da sostanze alimentari deteriorabili, l’avviso dell’inizio delle operazioni alle persone interessate, affinché queste possano presenziare).

Approfondimento

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Origine dell’ingrediente, poche certezze, tante aspettative e molti dubbi

Dopo mesi di attesa e dopo che alcune bozze erano già circolate, sono state pubblicate lo scorso 31 gennaio le linee guida della Commissione UE sull’applicazione del regolamento di esecuzione UE n. 2018/775 che impone l’indicazione dell’origine dell’ingrediente primario di un alimento nel caso in cui essa sia diversa dall’origine dell’alimento stesso, se dichiarata su base volontaria.

Come noto, gli obblighi stabiliti dal regolamento saranno applicabili (e sanzionabili) a partire dal 1° aprile 2020.

Le linee guida erano molto attese da imprese e addetti del settore a causa della sterminata varietà di casi che si presentano quotidianamente agli occhi di operatori, consulenti e controllori e giungono in un periodo particolarmente caldo, quantomeno in Italia, a causa della confusione ingenerata nel settore dal sovrapporsi di regole (e annunci di regole) europee e italiane e dalla recente e clamorosa attività dell’AGCM, i cui recenti provvedimenti (casi Lidl Italia, De Cecco, Divella e altri) lasciano più di un dubbio sulla compatibilità tra l’orientamento dell’Autorità e le regole in procinto di divenire obbligatorie per tutto il mercato europeo.

La lettura delle linee guida, in realtà, pare essere destinata a confortare ben poco gli addetti ai lavori, in quanto in pressoché tutti i casi esaminati, la Commissione si preoccupa sempre di precisare (e non potrebbe essere altrimenti) che ai fini di un giudizio definitivo sulla corretta applicazione degli obblighi discendenti dal regolamento 2018/775 occorre una valutazione “caso per caso”, che consideri il contenuto complessivo dell’etichetta e che viene comunque rimessa all’apprezzamento delle autorità competenti degli stati membri.

In altre parole, le linee guida non sono altro per gli operatori del settore che un generico e alquanto timido parere professionale di una sorta di “super-consulente che ben poco tranquillizza e molti dubbi ulteriori fa sorgere.

Ben poca chiarezza giunge dalla Commissione quanto alla corretta identificazione dell’ingrediente primario. Anzi, in certi casi, come il quesito riguardante l’ingrediente primario che sia anche ingrediente composto, il documento rischia di ingenerare ancor più dubbi in chi vi cerchi una “guida”.

Ben più utili e chiarificatori risultano invece i punti conclusivi in merito alle modalità di presentazione dell’indicazione dell’origine/provenienza dell’ingrediente primario, con riferimento, in particolare, al divieto di combinazione di diversi livelli geografici, alla possibilità di aggiungere volontariamente ulteriori informazioni oltre a quelle stabilite espressamente dal regolamento e all’obbligo di ripetere l’indicazione quante volte sia ripetuta quella sull’origine del prodotto. I prossimi mesi si confermano, pertanto, per tutti gli operatori coinvolti densi di aspettative e dubbi, rammentando, tra le poche certezze, che i prodotti già etichettati potranno essere commercializzati fino ad esaurimento scorte e che dal 1° aprile 2020 decadranno in Italia gli obblighi derivanti dai cc.dd. “decreti origine” grano, riso, latte e pomodoro.

Approfondimento

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Cannabis negli alimenti: pubblicati i livelli massimi di THC per la produzione di alimenti

La Legge 2 dicembre 2016 n°242, recante disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, aveva introdotto per la prima volta in Italia disposizioni non di natura sanzionatoria, bensì di supporto alla coltivazione e allo sfruttamento industriale della canapa in svariati settori produttivi: energia, bioedilizia, bioingegneria, fitodepurazione dei terreni inquinati, farmaceutico, cosmetico e persino alimentare.

La legge del 2016, al fine di mantenere una netta distinzione tra varietà psicoattive (illecite) e non psicoattive (lecite), ha stabilito limiti e regole particolarmente stringenti. L’ambito di applicazione della legge è circoscritto alla sola “Cannabis sativa L.” ed in particolare alle sole varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della Direttiva 2002/53/CE. Tali varietà non rientrano nell’ambito di applicazione del Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, di cui al D.P.R. 309/90, in quanto possiedono geneticamente un basso livello di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC).

Con riguardo all’utilizzo della Canapa per fini alimentari, già prima della legge del 2016 la circolare del Ministero della Salute del 22 maggio 2009 aveva aperto all’utilizzo in Italia di prodotti alimentari a base di semi di canapa (farine e oli), ma in assenza di un chiaro disposto normativo il settore non aveva avuto particolare sviluppo.

La legge 242/2016 disponeva che il Ministero della Salute, mediante decreto, avrebbe provveduto entro sei mesi a definire i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti. Negli anni successivi all’entrata in vigore della legge, tuttavia, tale decreto non è stato emanato, ma si sono diffuse due bozze del testo, le quali avevano ingenerato più di un malumore tra i produttori in quanto vi si prevedevano limiti molto bassi di principio attivo, che in Italia rischiavano facilmente di essere superati a causa della siccità estiva, la quale può comportare l’aumento del livello di THC nelle infiorescenze, che contengono i semi. La bozza ministeriale pertanto è stata oggetto di aspre critiche da parte degli operatori del settore, poiché i limiti di principio attivo risultavano estremamente penalizzanti e restrittivi, paragonati a quelli vigenti in altri Paesi. Anche per tale ragione il decreto attuativo non ha avuto fortuna e ha lasciato la questione in sospeso per quasi quattro anni.

Nonostante ciò, la legge del 2016, specie negli ultimi due anni, aveva dato una scossa alla filiera della canapa, dando il via ad utilizzi commerciali prima d’allora impensabili, con particolare riguardo alla crescita esponenziale della vendita, online e al dettaglio, di prodotti (alimentari, cosmetici, florovivaistici) a base di c.d. “cannabis light”. La fortuna del settore si poggiava in particolare sulla vendita di infiorescenze di “cannabis light”, le quali avevano dato parallelo avvio ad aspre critiche da parte di forze sociali e politiche che vedevano in ciò una legalizzazione di fatto dell’utilizzo della cannabis anche a scopi ricreativi, in particolare attraverso il fumo.

Il successo del settore aveva incoraggiato in tutto il Paese ingenti investimenti, tanto nell’avvio di numerosissime attività commerciali, quanto anche nella ricerca e sviluppo di nuovi orizzonti applicativi della canapa, specie nel settore alimentare.

Come noto, il fermento del settore ha subito un brusco stop a partire dal 30 maggio del 2019, data della pronuncia con la quale le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno affermato che la commercializzazione di Cannabis sativa L., in particolare delle infiorescenze della pianta, non rientrasse nell’ambito di applicazione della legge n. 242/2016 e fosse, pertanto, da considerarsi illecita e penalmente sanzionabile quale delitto di cessione di sostanze stupefacenti, anche nel caso in cui il tenore di THC rientrasse entro i limiti imposti dalla legge. La sentenza, che ha creato non pochi dubbi e polemiche, ha dato avvio in tutta Italia al susseguirsi di numerose operazioni investigative e relativi sequestri, i quali in taluni casi hanno interessato anche i prodotti alimentari a base di semi, nonostante la citata Circolare del 2009 avesse espressamente consentito il loro utilizzo.

Durante questi ultimi mesi l’omessa attuazione della legge del 2016 e la scarsa chiarezza dell’intero impianto normativo in materia di produzione e commercio di prodotti a base di canapa (denunciati anche dalla Corte di Cassazione) hanno letteralmente gettato nel panico le migliaia di piccoli imprenditori e commercianti che avevano investito nel settore, stoppando gli investimenti nei settori agricolo, industriale e commerciale e portando alla chiusura (volontaria o imposta) di migliaia di imprese.

In questo contesto di incertezza e crisi, finalmente dopo quasi quattro anni di attesa, il 15 gennaio 2020 è stato pubblicato il Decreto del Ministero della Salute del 4 novembre 2019, il quale definisce i livelli massimi di tetraidrocannabinolo (THC) negli alimenti.

Fermi i limiti dettati dalla legge del 2016, in particolare quanto a varietà botaniche ammesse, il decreto da il via libera all’utilizzo nel settore alimentare dei seguenti prodotti derivanti dalla canapa: semi e farina e olio ottenuti dai semi.

I limiti massimi di tenore di THC fissati dal decreto sono i seguenti:

– 2,0 mg/kg per i semi e per la farina da questi ottenuta;

– 5.0 mg/kg per l’olio ottenuto dai semi di canapa;

– 2.0 mg/kg per gli integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa.

L’elenco degli alimenti ammessi, i relativi limiti e le regole sul campionamento ed analisi saranno oggetto, in futuro, di periodico aggiornamento da parte del Ministero della Salute.

Il decreto ha sicuramente tardato ad arrivare e per molte imprese giunge troppo tardi. Al contempo, esso probabilmente ha deluso le attese di chi confidava nell’apertura all’utilizzo a fini alimentari di altre parti della pianta, in particolare delle infiorescenze, anche se era già chiaro come su di esse la legge del 2016 non consentisse spazi di manovra. La novità va comunque salutata positivamente poiché, quantomeno per il settore alimentare, definisce finalmente e chiaramente il confine tra lecito ed illecito, ciò che si auspica favorirà la ripresa del settore e una nuova stagione di ricerca e sviluppo di nuove applicazioni alimentari della canapa.

Approfondimento

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Caso dei funghi surgelati in cattivo stato di conservazione: inammisibile il ricorso

Sentenza 23 gennaio 2020, n. 2690. Corte di Cassazione Penale, sez. III

Il Tribunale di Benevento, con sentenza del 12 marzo 2018 aveva condannato un operatore del settore alimentare alla pena dell’ammenda per il reato di cui agli artt. 5, comma 1, lett. b) e 6 legge 283/1962, poiché in qualità di amministratore unico di una ditta commerciale, deteneva ai fini di vendita un quantitativo di funghi congelati/surgelati in cattivo stato di conservazione, in quanto si presentavano scuri e molli al tatto, in un unico blocco congelato.

Contro questa sentenza il soggetto condannato proponeva ricorso sottolineando che la conservazione dell’alimento fosse stata posta in essere nel rispetto del d.P.R. 376/1995 e che il colore e la consistenza riscontrata durante l’ispezione sarebbero dovuti al trattamento dell’alimento previsto dallo stesso decreto (art. 9 comma 4) ed atto ad evitare la germinazione e/o a rendere inattive le spore del Clostridium botulinum. L’operatore del settore alimentare, inoltre, lamentava il fatto che gli ispettori non avessero prelevato alcun campione al fine di analizzarlo e verificare se le condizioni dell’alimento fossero dovute al trattamento preventivo previsto dalla legge.

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, affermando che la disposizione richiamata dal ricorrente allo scopo di giustificare le condizioni dei funghi non si applica ai funghi congelati, surgelati o secchi (art 9 comma 5 d.P.R 376/1995) e aggiungendo che “ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 5, lett. b) legge 283/62, il cattivo stato di conservazione degli alimenti, che può essere accertato dal giudice del merito senza necessità di specifiche analisi di laboratorio, sulla base di dati obiettivi risultanti dalla documentazione relativa alla verifica (verbale ispettivo, documentazione fotografica etc.) e dalle dichiarazioni dei verbalizzanti, è ravvisabile nel caso di evidente inosservanza di cautele igieniche e tecniche necessarie ad assicurare che le sostanze alimentari si mantengano in condizioni adeguate per la successiva somministrazione”.

Approfondimento

CoFood LexNews, Etichettatura alimenti

Integratori con curcuma: nuovi obblighi in etichetta

A partire dal 13 maggio 2019 si sono susseguite molte segnalazioni da parte dell’Istituto Superiore della Sanità di casi di epatite colestatica acuta associata all’assunzione di integratori a base di curcuma.

Il Ministero della Salute, per oltre un mese dai primi ricoveri, si è limitato a disporre il richiamo o il ritiro di questi prodotti e, in via precauzionale, ha raccomandato di sospendere il consumo degli integratori oggetto di segnalazione. Non è stato quindi chiaro se i ricoveri fossero dovuti alla formulazione dei prodotti, a contaminazioni o alla suscettibilità delle persone colpite agli effetti collaterali della curcuma.

Soltanto il 26 luglio, dopo 21 casi di epatite, 19 prodotti segnalati dal Ministero, e 14 richiami di integratori a scopo precauzionale da parte delle aziende, sono state pubblicate la Nota Ministeriale 26 luglio 2019, n. 50147 ed il Decreto Ministeriale 26 luglio 2019.

Nella Nota si indica come, in seguito alle valutazioni di un gruppo di esperti appositamente istituito e della Sezione dietetica e nutrizione del Comitato tecnico per la nutrizione e sanità animale, i casi di epatite siano “da ricondurre a particolari condizioni di suscettibilità individuale, di alterazioni preesistenti, anche latenti, della funzione epato-biliare, di calcolosi delle vie biliari o anche alla concomitante assunzione di farmaci”. Sulla base di queste valutazioni si è deciso di sconsigliare l’uso di integratori contenenti estratti e preparati di curcuma a consumatori con problemi epatobiliari, e comunque, di invitare i consumatori a sentire il parere del medico per evitare pericolose interazioni con farmaci.

In seguito a queste analisi, essendo stata accertata l’assenza di contaminazioni, molti richiami sono stati revocati.

Il DM 26 luglio 2019, poi, interviene a modificare l’allegato 1 del Dm 10 agosto 2018 (sull’impiego di sostanze e preparati vegetali negli integratori alimentari), stabilendo l’obbligo di introdurre nell’etichetta dei prodotti derivati da piante del genere Curcuma la seguente avvertenza supplementare: “in caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico”.

Il Decreto, infine, invita le imprese interessate a conformare le etichette nei termini previsti dallo stesso, cioè non oltre il 31 dicembre 2019.

Testo del decreto, parte 1Testo del decreto, parte 2

CoFood LexNews, Sostenibilità e innovazione

Marzo 2021: trasparenza e sostenibilità nell’analisi del rischio alimentare

Il nuovo regolamento 1831/2019 introduce una sezione dedicata alla comunicazione del rischio, nella quale sono stabiliti i principi generali e gli obiettivi della stessa.

Al fine di esaminare le novità introdotte dal regolamento UE 1381/2019, è necessario far riferimento al regolamento CE 178/2002, testo fondamentale del diritto alimentare UE. Esso, come noto, pone alla base della legislazione alimentare l’analisi del rischio, definendola come un processo costituito da tre fasi connesse tra loro: la valutazione, la gestione e la comunicazione del rischio. Il regolamento 1381/2019, che si applicherà a partire dal 27 marzo 2021, apporta alcune modifiche al regolamento 178/2002, nell’ottica di garantire trasparenza e sostenibilità dell’analisi del rischio. Uno studio svolto dalla Commissione sull’adeguatezza della legislazione alimentare generale ha dimostrato che la comunicazione del rischio in materia alimentare è considerata poco efficace dall’opinione pubblica e i consumatori nutrono scarsa fiducia nei confronti dei risultati del processo di analisi del rischio.

Il nuovo regolamento introduce una sezione dedicata alla comunicazione del rischio, nella quale sono stabiliti i principi generali e gli obiettivi della stessa. Ciò che emerge è la rilevanza di un’informazione più chiara, accessibile e basata su risultanze scientifiche solide. È inoltre istituito un piano generale della comunicazione del rischio, che definisce i meccanismi di coordinamento e cooperazione tra i responsabili della valutazione del rischio e i responsabili della gestione del rischio. Tra le altre novità, si segnalano quelle riguardanti la partecipazione attiva dei consumatori e delle imprese alimentari al processo di analisi del rischio, e quelle sulla struttura ed organizzazione interna dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), le quali introducono requisiti di nomina e di selezione dei membri del consiglio di amministrazione al fine di garantire competenza, esperienza e multidisciplinarità.

Testo del regolamento

CoFood LexNews, Etichettatura alimenti

Origine del latte in etichetta: respinto il ricorso per annullamento

Respinto il ricorso presentato da varie associazioni per annullare l’obbligo di indicazione dell’origine del latte.

Il T.A.R. Lazio ha respinto il ricorso amministrativo proposto da varie associazioni di categoria, le quali chiedevano l’annullamento della disciplina nazionale che impone l’indicazione in etichetta dell’origine del latte e dei prodotti lattiero caseari, costituita dal decreto interministeriale 9 dicembre 2016, dal d.m. del MIPAAF n. 990, come modificato dal d.m. n. 1076 del MIPAAF, e dalle successive Linee guida del 13 aprile 2017 e del 26 maggio 2017.

Secondo le ricorrenti, dette norme avrebbero provocato una situazione di incertezza normativa e di grave pregiudizio economico per gli operatori del settore, in quanto contrastanti con gli imballaggi che erano già stati predisposti ed ordinati dalle aziende sulla base delle disposizioni dettate dal decreto del 9 dicembre 2017 e dalla circolare interministeriale del febbraio 2017. La sentenza ha integralmente rigettato il ricorso e ha, pertanto, confermato la legittimità e la vigenza della attuale normativa nazionale sull’origine del latte e dei prodotti lattiero caseari.

Durante gli ultimi anni è stato molto acceso il dibattito sull’applicabilità dei cc.dd. “decreti origine” (latte, pasta, riso, pomodoro), tutti nati dalla discussa volontà di fornire tutela ai prodotti tipicamente made in Italy. Al di là del dibattito, la sentenza, per ora, conferma l’applicabilità quantomeno del decreto su latte e prodotti caseari fino al 1° aprile 2020, data in cui entrerà in vigore il reg. (UE) n. 775/2018, recante norme sull’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento.

Testo della sentenza

Export

Export negli E.A.U.? Da oggi è più facile, con CoFood®

CoFood era presente al Gulf International Congress tenutosi a Dubai dall’8 al 10 dicembre scorso, congresso annuale organizzato dalla Camera di Commercio Italiana negli Emirati Arabi Uniti e che riunisce i professionisti consulenti che rappresentano la Camera in tutto il territorio italiano.

In rappresentanza di CoFood l’Avv. Andrea Iurato, il quale ha ricevuto la nomina di representative della Camera per la Provincia di Bologna. L’Avv. Iurato, socio fondatore e consulente di CoFood, è già representative della Italian Chamber in the Caribbean.

Si aggiunge così un’altra opportunità a disposizione dei clienti di CoFood che vogliano esportare i propri prodotti negli Emirati Arabi Uniti, Paese che sta scalando tutte le classifiche mondiali, dove la domanda di beni di consumo di qualità è in costante crescita e che è già ora rappresenta – e lo farà sempre più – la principale porta per l’accesso ai mercati orientali.

Nel futuro, le opportunità per le aziende che vogliano investire nel mercato degli EAU sono destinate a crescere: Dubai ospiterà infatti l’Expo 2020, che promette un record di visitatori e un ulteriore e rilevante aumento della domanda di consumo interno, soprattutto nel settore alberghiero e della ristorazione.

Pur riservando enormi opportunità agli investitori, il mercato emiratino ha maturato una elevatissima competitività ed è inoltre caratterizzato da un ordinamento giuridico e da prassi commerciali che per molteplici aspetti sono ben diversi da quelli di molti altri mercati.

Per questi motivi un’azienda italiana che voglia collocare con successo i propri prodotti negli EAU non può avventurarsi alla cieca, ma deve fornirsi di un progetto strutturato di ingresso nel mercato che consideri attentamente:

  • quali prodotti candidare all’esportazione;
  • il marketing;
  • i tempi e i costi dell’investimento;
  • il partner commerciale;
  • la veste giuridica dei rapporti con il partner locale.

Grazie alle competenze multidisciplinari dei consulenti CoFood e alla diretta collaborazione con la Camera di Commercio Italiana negli EAU i clienti di CoFood saranno guidati nell’elaborare un progetto di internazionalizzazione solido e vincente e saranno seguiti durante tutto il periodo di commercializzazione, nei rapporti con i partner e con le autorità locali.

La fase preparatoria all’ingresso nel mercato vede una preliminare valutazione dei prodotti e del profilo aziendale, al fine di verificare la domanda interna e la sostenibilità del progetto.

In caso di valutazione positiva sarà avviata la vera e propria missione, attraverso la quale il nostro cliente, ad un prezzo certo e contenuto e senza necessità di sostenere i costi per la presenza di propri rappresentanti negli EAU, potrà presentare i propri prodotti alle fiere di settore e usufruire di un rappresentante commerciale che avrà il compito di ricercare, selezionare e contattare i partner locali.

Vorresti far crescere l’export della tua azienda e valutare se il mercato degli EAU rappresenta un’opportunità per il tuo business? Scrivi a [email protected] o contatta il tuo professionista CoFood di fiducia.

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