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La Legge 2 dicembre 2016 n°242, recante disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa, aveva introdotto per la prima volta in Italia disposizioni non di natura sanzionatoria, bensì di supporto alla coltivazione e allo sfruttamento industriale della canapa in svariati settori produttivi: energia, bioedilizia, bioingegneria, fitodepurazione dei terreni inquinati, farmaceutico, cosmetico e persino alimentare.

La legge del 2016, al fine di mantenere una netta distinzione tra varietà psicoattive (illecite) e non psicoattive (lecite), ha stabilito limiti e regole particolarmente stringenti. L’ambito di applicazione della legge è circoscritto alla sola “Cannabis sativa L.” ed in particolare alle sole varietà ammesse e iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della Direttiva 2002/53/CE. Tali varietà non rientrano nell’ambito di applicazione del Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, di cui al D.P.R. 309/90, in quanto possiedono geneticamente un basso livello di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC).

Con riguardo all’utilizzo della Canapa per fini alimentari, già prima della legge del 2016 la circolare del Ministero della Salute del 22 maggio 2009 aveva aperto all’utilizzo in Italia di prodotti alimentari a base di semi di canapa (farine e oli), ma in assenza di un chiaro disposto normativo il settore non aveva avuto particolare sviluppo.

La legge 242/2016 disponeva che il Ministero della Salute, mediante decreto, avrebbe provveduto entro sei mesi a definire i livelli massimi di residui di THC ammessi negli alimenti. Negli anni successivi all’entrata in vigore della legge, tuttavia, tale decreto non è stato emanato, ma si sono diffuse due bozze del testo, le quali avevano ingenerato più di un malumore tra i produttori in quanto vi si prevedevano limiti molto bassi di principio attivo, che in Italia rischiavano facilmente di essere superati a causa della siccità estiva, la quale può comportare l’aumento del livello di THC nelle infiorescenze, che contengono i semi. La bozza ministeriale pertanto è stata oggetto di aspre critiche da parte degli operatori del settore, poiché i limiti di principio attivo risultavano estremamente penalizzanti e restrittivi, paragonati a quelli vigenti in altri Paesi. Anche per tale ragione il decreto attuativo non ha avuto fortuna e ha lasciato la questione in sospeso per quasi quattro anni.

Nonostante ciò, la legge del 2016, specie negli ultimi due anni, aveva dato una scossa alla filiera della canapa, dando il via ad utilizzi commerciali prima d’allora impensabili, con particolare riguardo alla crescita esponenziale della vendita, online e al dettaglio, di prodotti (alimentari, cosmetici, florovivaistici) a base di c.d. “cannabis light”. La fortuna del settore si poggiava in particolare sulla vendita di infiorescenze di “cannabis light”, le quali avevano dato parallelo avvio ad aspre critiche da parte di forze sociali e politiche che vedevano in ciò una legalizzazione di fatto dell’utilizzo della cannabis anche a scopi ricreativi, in particolare attraverso il fumo.

Il successo del settore aveva incoraggiato in tutto il Paese ingenti investimenti, tanto nell’avvio di numerosissime attività commerciali, quanto anche nella ricerca e sviluppo di nuovi orizzonti applicativi della canapa, specie nel settore alimentare.

Come noto, il fermento del settore ha subito un brusco stop a partire dal 30 maggio del 2019, data della pronuncia con la quale le Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione hanno affermato che la commercializzazione di Cannabis sativa L., in particolare delle infiorescenze della pianta, non rientrasse nell’ambito di applicazione della legge n. 242/2016 e fosse, pertanto, da considerarsi illecita e penalmente sanzionabile quale delitto di cessione di sostanze stupefacenti, anche nel caso in cui il tenore di THC rientrasse entro i limiti imposti dalla legge. La sentenza, che ha creato non pochi dubbi e polemiche, ha dato avvio in tutta Italia al susseguirsi di numerose operazioni investigative e relativi sequestri, i quali in taluni casi hanno interessato anche i prodotti alimentari a base di semi, nonostante la citata Circolare del 2009 avesse espressamente consentito il loro utilizzo.

Durante questi ultimi mesi l’omessa attuazione della legge del 2016 e la scarsa chiarezza dell’intero impianto normativo in materia di produzione e commercio di prodotti a base di canapa (denunciati anche dalla Corte di Cassazione) hanno letteralmente gettato nel panico le migliaia di piccoli imprenditori e commercianti che avevano investito nel settore, stoppando gli investimenti nei settori agricolo, industriale e commerciale e portando alla chiusura (volontaria o imposta) di migliaia di imprese.

In questo contesto di incertezza e crisi, finalmente dopo quasi quattro anni di attesa, il 15 gennaio 2020 è stato pubblicato il Decreto del Ministero della Salute del 4 novembre 2019, il quale definisce i livelli massimi di tetraidrocannabinolo (THC) negli alimenti.

Fermi i limiti dettati dalla legge del 2016, in particolare quanto a varietà botaniche ammesse, il decreto da il via libera all’utilizzo nel settore alimentare dei seguenti prodotti derivanti dalla canapa: semi e farina e olio ottenuti dai semi.

I limiti massimi di tenore di THC fissati dal decreto sono i seguenti:

– 2,0 mg/kg per i semi e per la farina da questi ottenuta;

– 5.0 mg/kg per l’olio ottenuto dai semi di canapa;

– 2.0 mg/kg per gli integratori contenenti alimenti derivati dalla canapa.

L’elenco degli alimenti ammessi, i relativi limiti e le regole sul campionamento ed analisi saranno oggetto, in futuro, di periodico aggiornamento da parte del Ministero della Salute.

Il decreto ha sicuramente tardato ad arrivare e per molte imprese giunge troppo tardi. Al contempo, esso probabilmente ha deluso le attese di chi confidava nell’apertura all’utilizzo a fini alimentari di altre parti della pianta, in particolare delle infiorescenze, anche se era già chiaro come su di esse la legge del 2016 non consentisse spazi di manovra. La novità va comunque salutata positivamente poiché, quantomeno per il settore alimentare, definisce finalmente e chiaramente il confine tra lecito ed illecito, ciò che si auspica favorirà la ripresa del settore e una nuova stagione di ricerca e sviluppo di nuove applicazioni alimentari della canapa.

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